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L'omelia del card. Poletto

OMELIA GIUBILEO SEVERINIANO

(1600 ANNI DALLA NASCITA)

Sansevero, 23 ottobre 2011


PREMESSA

a) Desidero esprimere innanzitutto un grazie particolare al vostro Vescovo, Mons. Renna, e al Parroco Mons. Farulli per avermi, già da tempo, invitato a presiedere questa solenne Eucarestia, che chiude ufficialmente l’anno giubilare da voi celebrato per i milleseicento anni dalla nascita del vostro Santo Patrono san Severino, che è anche il mio Patrono perche sono stato battezzato con il nome di Severino. Questo Giubileo è stato un evento ricco di grazia per le tante celebrazioni e pellegrinaggi compiuti da parte di molte vostre comunità, con la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria per speciale privilegio concesso dalla Penitenzieria Apostolica, e che oggi si conclude davanti alle reliquie del Santo, portate qui da Frattamaggiore, presso Napoli, dove sono custodite.

b) Saluto anche il signor Sindaco e tutte le autorità civili e militari: la loro presenza testimonia il legame particolare tra la città e il suo santo Patrono san Severino, scelto come tale fin dalle origini quando Sansevero si chiamava “Castellum Sancti Severini”. Questo legame è diventato più stretto e convinto quando 482 anni fa, nel 1528, san Severino fece una prodigiosa apparizione sulle mura della città quasi a conferma del suo gradimento nel sapersi scelto ed invocato come Patrono, ma soprattutto per dare a tutti un segno che la sua benevolenza e protezione verso questa città e diocesi di Sansevero sono garantite se lo invochiamo con fede.

c) Desidero inoltre ricordare, per esprimere stima ed incoraggiamento, la “Pia Associazione San Severino Abate”, nata nel 2007 su impulso di Mons. Michele Farulli ed approvata dal Vescovo Mons. Renna, perché l’impegno che metterà per “conservare, tutelare e promuovere il culto severiniano” è finalizzato a far conoscere la vostra storia e le vostre radici cristiane legate anche alla persona del vostro Santo Patrono. In questo modo la nostra fede si conferma e si sviluppa sempre più e diventa non solo più visibile ma anche efficace nel suo passare da una generazione all’altra così da essere garantita per gli anni futuri.

1.   IL SANTO PATRONO

a)     Anche se a quasi tutti voi sono note le poche, ma essenziali, notizie che abbiamo sulla vita e sull’opera di san Severino credo utile farne qui un cenno soprattutto a vantaggio, non solo culturale, ma specialmente spirituale per i più giovani perché la santità, che è dono di Dio prima che impegno nostro, è il filo d’oro che tiene collegate le varie tappe della storia della Chiesa ed è un dovere per il cristiano di ogni epoca. Il Santo Padre l’ha ricordato, giusto un mese fa, in Germania parlando ai giovani a Friburgo: la santità non consiste nell’essere impeccabili (soltanto la Vergine Maria l’ha realizzata così!) ma nell’avere Dio nel cuore. Diceva il Papa: “Cari amici, Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì a quante volte noi, con il suo aiuto ci rialziamo. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Voi siete santi, noi siamo santi se lasciamo operare la sua grazia in noi”.

San Severino nacque a Roma nel 410 e dopo aver coltivato la sua formazione spirituale a contatto con diverse realtà monastiche si recò nella regione del Norico, corrispondente all’Austria e Baviera attuali, per portare il Vangelo a quei popoli, considerati “barbari” perché non ancora cristiani, affinché profittando della decadenza dell’Impero Romano non influenzassero con i loro stili di vita le popolazioni cristiane vicine. La sua vita di fede, di grande penitenza, di carità verso i poveri attirò le simpatie di quelle popolazioni di guerrieri e dei loro capi, per cui riuscì a convertirli alla fede cristiana con la testimonianza della santità della sua vita, che diventava così prova convincente della veridicità dell’annuncio del Vangelo che egli offriva loro. Fu così che san Severino divenne l’apostolo missionario del Norico. Morì l’otto gennaio del 482 e le sue spoglie furono portate via dai suoi monaci, costretti ad emigrare fino a giungere a Napoli, poi a Frattamaggiore, ed oggi noi, per questa solenne circostanza abbiamo la gioia di poterle venerare in questa grande chiesa a Lui dedicata.

b)  A questo punto mi pare utile sottolineare che dobbiamo restituire alla figura del Patrono il suo significato autentico. In passato le nostre città si affidarono alla protezione di santi che sceglievano come patroni. Oggi questo aspetto della fede è meno sentito, soprattutto dai giovani che sono, in genere, più concentrati sul presente e scarsi conoscitori del passato, ma merita di essere risvegliato, soprattutto cercando di dare alla nostra pietà popolare e alle tante tradizioni che giustificano un contenuto di autentica fede capace di rinnovare la nostra vita di ogni giorno, specialmente in tempi, come questi, nei quali la centralità di Dio nella vita delle persone sta subendo una specie di eclissi ed emarginazione. Anche il fatto miracoloso dell’apparizione di san Severino sulle mura della città per difenderla dai nemici che volevano espugnarla deve essere attualizzato per noi vedendolo ed interpretandolo per il suo significato spirituale. Il Patrono è il vero “defensor civitatis”, difensore della città, soprattutto sul versante dei valori cristiani che costituiscono il nostro più prezioso patrimonio. Anche oggi la nostra fede è minacciata dai tanti messaggi contrastanti che ci arrivano soprattutto dai mezzi della comunicazione sociale. Ciò che fino a qualche decennio fa costituiva un insieme dei valori intoccabili del nostro vivere sociale, come la sacralità della vita, la stabilità della famiglia, il rispetto delle regole di un pacifico vivere sociale, la legalità come garanzia di sicurezza per tutte le persone e soprattutto la nostra convinta appartenenza alla comunità cristiana non sono più capisaldi così sicuri, anzi, se non siamo vigilanti finiscono col vacillare e vanificarsi. Ecco allora che guardare al Patrono e pregarlo significa fare nostri quei valori che hanno caratterizzato la sua vita e l’hanno resa santa.

c)    Sansevero deve riscoprire il suo legame col Santo Patrono, che non è riducibile a celebrazioni, pure preziose e utili, ma che consiste soprattutto in una generale assunzione di responsabilità per risvegliarci dal nostro torpore spirituale, così da ridare al nostro vivere cristiano e sociale quelle caratteristiche che lo rendono fonte di pace e solidarietà e quindi motivo di speranza per il futuro nostro e delle giovani generazioni che vengono dopo di noi. Ancora una volta è utile porre alla nostra riflessione spirituale questa domanda: chi è il Santo Patrono? Che cosa rappresenta per una città, per una diocesi? È un santo che i padri fondatori della città e della diocesi nei secoli passati hanno scelto come custode e protettore della nostra comunità civile ed ecclesiale. A san Severino perciò i vostri antenati hanno voluto affidare le vicende religiose ed ecclesiali della vostra storia e, confrontandosi con il suo meraviglioso esempio di vita cristiana sempre valido anche oggi, hanno inteso con la sua intercessione impostare la convivenza civile e la qualità della vita ecclesiale imitando il suo esempio di santità e fedeltà a Cristo Gesù ed il suo slancio missionario coraggioso ed efficace, perché sostenuto da un’ascetica personale austera e credibile. 

 2.   LA PAROLA DI DIO

Per rendere attuale ed efficace per noi la santità di san Severino e soprattutto per sperimentare la sua protezione, che mai verrà meno se lo invochiamo con fede sincera, dobbiamo ora metterci in interiore ascolto della Parola di Dio che è stata proclamata e che rende esplicito ciò che il Signore in questo momento desidera da noi sia come individui che come comunità cristiana e società civile.

a)   Il testo di Isaia (1a lettura) ci invitava a contemplare il grande dono della fede, che ci è stata rivelata fin dall’Antico Testamento, ma che ha avuto in Gesù il suo compimento definitivo. Anche a noi, ora, sono rivolte le parole del Profeta per dare un sussulto ad una vita di fede forse un po’ impigrita:

  • C'è in noi la gioia di vedere con gli occhi della fede la costante presenza di Dio-amore che ha sempre accompagnato la storia della nostra città e diocesi?
  • Anche a noi che osserviamo preoccupati le tante rovine che ci sono nella società viene promessa la consolazione di Dio, che ci viene incontro se ricorriamo a Lui con la convinzione di chi sa di non potercela fare da solo a risollevare il livello morale della maggioranza delle persone e perciò afferma col salmista: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori; se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 127).
  • Ognuno di noi deve mettere il Signore al centro della sua vita per non trovarsi a secco di quelle risorse umane e soprannaturali necessarie per poter guardare al futuro con speranza. A questo ci richiama il profeta Geremia quando, a nome di Dio, parla così: “Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2,13).

b)  San Paolo scrivendo a Timoteo, ma ora parlando a noi, ci richiama al grave dovere di annunciare “la vita buona del Vangelo”, come ci chiedono i vescovi italiani con il documento sugli orientamenti pastorali per i prossimi dieci anni. Chi si deve far carico di educare alla vita buona del Vangelo e che significa questo non facile compito?

  • Non limitiamoci a considerare l’educazione come un elevare i giovani, e anche noi adulti, ad una vita dignitosa e ad una buona collocazione nella società senza mettere alla base di tutti i valori cristiani, che sono anche i valori autenticamente umani.
  • “Verrà giorno – dice Paolo – in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alla favole” (2Tm 4, 3-4).

Questo tempo è già venuto, è il nostro. Le difficoltà pastorali che noi, vescovi e sacerdoti, come pure i genitori, incontriamo nell’educare alla fede vengono da un contesto culturale dove troppi maestri del sospetto, del dubbio, del relativismo, dell’egoistico godimento della vita senza regole e senza freni, sono entrati nella mente delle persone, le quali non si confrontano con la verità che viene da Cristo ma si perdono dietro i loro capricci. Di qui nasce il dovere della vigilanza da parte di noi adulti, che non dobbiamo abdicare alla nostra responsabilità di educatori, soprattutto con l’esempio, prima ancora che con la parola.

c)  Gesù nel Vangelo ci incoraggia a ritornare alle origini della comunità dei suoi discepoli, ai quali ha affidato il comando di portare l’annuncio evangelico a tutti, come ha fatto san Severino, promettendo la vittoria sul demonio e sul peccato, la difesa nei confronti di una società malata ed avvelenata da messaggi di menzogna e inoltre offrendoci la sua misericordia come vera medicina che ci guarisce da quella malattia spirituale, che si chiama peccato e che toglie la pace e la gioia nelle persone, nelle famiglie, nella società ed anche nella Chiesa stessa.

 3.   I FRUTTI DEL GIUBILEO

Ora ci possiamo domandare: quali frutti spirituali ci attendiamo dalla celebrazione di questo Giubileo in onore del nostro patrono san Severino? Sicuramente molta grazia è già arrivata nel cuore delle persone e nel tessuto spirituale delle nostre comunità durante tutto questo anno giubilare. Questo non ci dispensa di esplicitare ancora una volta quanto vorremmo ottenere dal Signore mediante l’intercessione di san Severino:

a)  Innanzitutto un rinnovamento radicale della nostra vita cristiana. È a questo obbiettivo che è finalizzato il dono dell’indulgenza plenaria che vi è stata concessa, come opportunità straordinaria, in quest’anno giubilare.

b)  Inoltre possiamo augurarci che la famiglia torni ad essere il luogo del primo annuncio della fede. San Severino ha evangelizzato popoli stranieri che non conoscevano Gesù e noi che ci diciamo cristiani, e lo siamo veramente in forza del battesimo ricevuto, spesso non siamo così solleciti nel far conoscere Gesù ai piccoli delle nostre case, in quanto molti genitori si preoccupano di tante cose materiali e non curano la prima formazione cristiana dei loro figli sia con la parola, ma soprattutto con l’esempio.

c) Anche la società civile deve aprirsi alla grazia di questo Giubileo ed accogliere il messaggio che san Severino vuol dare alla città di cui è patrono. Il Patrono ci chiede che l’agire di tutti sia improntato all’onestà, alla legalità, alla solidarietà verso i poveri e quanti faticano a risolvere le difficoltà della loro esistenza. Ci dobbiamo convincere che ispirarsi alla fede cristiana, anche per l’organizzazione del vivere civile, è un valore aggiunto per realizzare una convivenza serena e solidale, perché “non c’è nulla di autenticamente cristiano che non sia anche profondamente umano”.

CONCLUSIONE

Chiediamo al nostro santo Patrono che ci sostenga nei propositi di crescita spirituale e sociale che vogliamo realizzare come frutto di questo Giubileo. Per non fermarci solo alle buone intenzioni rivolgiamo un pensiero orante anche alla Vergine Maria, invocata nelle litanie come “Regina di tutti i santi” affinché ci aiuti a non limitare la devozione al nostro Patrono san Severino alla sfera dei buoni sentimenti e desideri di bene, ma ci faccia sorgere nel cuore un fermo proposito di giungere ad un impegno concreto per costruirci una vita santa, che vuol dire buona ed edificante unica condizione per gustare in noi la gioia dell’amore di Dio e seminare speranza intorno a noi. 

                                                                       + Severino Card. Poletto     

Arcivescovo emerito di Torino

 

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